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In principio erano i teen-agers del baby boom ad essere tra i target preferiti della nascente industria pubblicitaria moderna, poi arrivarono quelli della generazione X, nati a cavallo tra il 1960 e il 1980, definita spesso una “generazione invisibile” che gli valse il titolo di “X”, a rappresentare la mancanza di un’identità sociale definita. Furono i primi nati e cresciuti con le televisioni commerciali, il consumismo e l’edonismo degli anni ’80 ed anche i primi ad essere i protagonisti e pionieri della rivoluzione tecnologica: i media diventano sempre più personal (walkman, PC, cellulare), si passa da un modello comunicativo prettamente informativo all’intrattenimento puro, fatto di videogame, sale giochi e cartoni animati. Hanno spianato la strada ai loro successori, i nativi digitali, ovvero i millenials. Questa generazione è sempre più connessa e fluida e per il marketing sono importanti perché spenderanno tanto: nel 2020 il totale della spesa annuale da parte dei Millennials in USA sarà di 1,4 trilioni di dollari. (ricerca completa), sono sempre connessi e diventano influencer di scelte di acquisto degli altri.

Come si può vedere, ad oggi, il marketing e la pubblicità hanno indirizzato i propri sforzi su precise indagini sociologiche e trovandosi davanti a gruppi piuttosto omogenei sia da un punto di vista culturale e attitudini all’acquisto. Già nel 2012 l’analista Brian Solis definì una nuova generazione, ovvero la generazione C, vediamo come la definisce l’analista americano: «C’è una cosa che dovete sapere a proposito della generazione C prima di approfondirne il significato: non è un gruppo basato sull’età, ma sulla connessione». Ma perché “C”? Si può dire che la terza lettera dell’alfabeto raccoglie le caratteristiche di questa generazione: collaborazione, community, contenutocollegamento, connessione.

Gli appartenenti alla Generazione C sono molto simili ai Millennials  – superando gli arbitrari confini dettati dall’età – vediamo quali possono essere le caratteristiche di questa generazione: sono connessi da più device a più piattaforme e ala fonte delle loro informazioni non sono i media tradizionali ma i social network a cui sono iscritti. L’atto di rispondere e interagire è importante almeno quanto quello di leggere un articolo o guardare una foto o un video, diventano loro stessi creatori di contenuti  e tutto il flusso è curato, personalizzato e ottimizzato: da qui nascono poi i passaparola su Facebook, i meme virali su Twitter e il successo dei digital influencer.

Per il marketing e la pubblicità è una difficile sfida catturare l’attenzione di questa generazione, estremamente selettiva e per la prima volta l’età diventa un fatto arbitrario. Raggiungere la Generazione C significa non fare più il classico annuncio pubblicitario ma bensì creare contenuti condivisibili, di intrattenimento, utili e di forte impatto visivo. Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, LinkedIn: questa è la rete neurale attraverso cui la Generazione C si confronta e comunica con il mondo, sia con quello attorno a sé sia quello globale.